Una storia dimenticata

Il Regno delle Due Sicilie venne annesso al Regno di Sardegna dopo l’esito di un plebiscito (il 21 ottobre 1860) contestato, in cui non fu generalmente garantita la segretezza del voto ed al quale partecipò solo una minima parte degli elettori. Nella capitale, ad esempio, si ebbero seggi presieduti da bersaglieri, carabinieri e garibaldini o, come nel seggio della Vicaria e Pendino, anche da esponenti della camorra, che tollerati dal neoprefetto Liborio Romano, “invitavano” gli elettori a votare per l’annessione. Nel resto delle province andò peggio, con intimidazioni e manifestazioni gattopardesche da parte dei nobili, schierati in gran parte con i Savoja. La reale finalità del plebiscito era quella di dare, agli occhi del mondo e della storia, una parvenza di democraticità a quella che, in realtà, era stata una conquista militare di uno stato sovrano. Inoltre si voleva escludere qualsiasi ipotesi di mantenimento di uno Stato meridionale autonomo o confederato, tanto in una paventata forma repubblicana (ipotesi caldeggiata anche da Garibaldi), che monarchico-murattiana (ipotesi che aveva indotto la Francia ad un atteggiamento attendista). Sarebbe stato, al contrario, estremamente difficile per il Regno di Sardegna– impegnato nel processo di unificazione della Penisola- annettersi uno Stato plurisecolare che, attraverso proprie assemblee regolarmente elette, proclamata la decadenza della monarchia borbonica, si fosse dato autonomamente ordinamenti più consoni ai tempi.In tale ottica, fu eluso l’ideale repubblicano di Giuseppe Mazzini, tanto tenacemente perseguito quanto eluso dai fondatori del nuovo stato italiano.Così come venne scartata a priori l’idea confederativa, voluta da molti studiosi dell’epoca.Ben presto, perciò, nacque una guerriglia di resistenza (che allora venne denominata con il termine dispregiativo di brigantaggio), combattuta sia da parte di soldati del disciolto esercito duosiciliano rimasti fedeli al vecchio regime, sia dalla gran parte degli strati popolari, che mal tolleravano i conquistatori piemontesi, i quali di fatto avevano fatto occupare i demani e i latifondi a proprietari di idee liberali.Furono altresì chiuse con decreto le antiche cave d’argento per favorire gli alleati francesi. Furono poi chiuse le ricche fabbriche manifatturiere e l’industria fiorente del baco da seta per favorire quelle del settentrione. Vennero boicottati i bacini e gli arsenali navali, in cui si fabbricavano prestigiosi battelli (il primo a vapore fu realizzato nel Regno) al fine di favorire i concorrenti cantieri liguri. Non si dette seguito alla costruzione di nuove tratte delle ferrovie che avevano (con la Napoli-Portici)iniziato i Borboni. In Sicilia, che era da secoli il granaio d’Europa e che dai suoi porti faceva partire prodotti agricoli ed agrumi per tutta l’Europa, si boicottarono i trasporti impedendo che le mercanzie giungessero regolarmente ai porti, i quali in breve tempo persero la loro secolare importanza mercantile. Fu introdotta la carta moneta, (dal 1866 a corso forzoso) al posto degli scudi in oro, anche perché fu prelevato il tesoro napoletanto e fu addirittura confuso il debito pubblico. Furono inviati al sud Prefetti settentrionali, che non capivano il dialetto e gli usi e costumi secolari dei meridionali e che furono visti come “truppa d’occupazione”. Fu reintrodotta la tassa sul macinato , cioè sul pane, che era l’elemento essenziale per la sopravvivenza dei poveri. Fu introdotta una tassa sul sale e sui tabacchi, che allora la Sicilia esportava in tutto il mondo, introducendo il monopolio di stato. Ebbero così luogo sommosse popolari dei ceti affamati, che furono anche ferocemente spente dalla nuova polizia del nuovo Regno d’Italia.Il brigantaggio insanguinò le province meridionali per tutto il primo decennio di vita dello stato unitario e i caduti furono molte migliaia in entrambi gli schieramenti. Si pensi che, almeno sino al 1865, i due terzi dei reparti del neoformato Esercito Italiano (circa 120,000 uomini) furono impiegati nella repressione della rivolta meridionale. Basti pensare che fino al 1870 fu dichiarato lo stato d’assedio per ben 8 volte per reprimere quelli che vennero tuttavia definiti “quattro straccioni di briganti” che ancora non volevano arrendersi al nuovo re.Bisogna poi sottolineare che, con l’annessione, venne introdotta la leva militare obbligatoria fino ai 40 anni (sino ad allora il servizio militare nel regno era a ferma volontaria) : questo fece sì che molti giovani si dessero alla diserzione o andassero ad ingrossare le fila dei “briganti”. Un forte inasprimento degli scontri arrivò nell’agosto del 1863 con la famigerata Legge Pica, che per far fronte alle rivolte nel meridione riporto la legge marziale, i processi militari e le deportazioni di molti “briganti” verso il nord del Paese e in particolar modo nella fortezza di Fenestrelle in Piemonte, da cui molti non fecero più ritorno.Gli eccessi dell’esercito regolare si verificarono in particolare nei confronti della popolazione civile, diversamente da quanto accadde nella coeva Guerra di secessione americana.Molti furono i paesi e le città che diedero un contributo in vite umane. Da ricordare sicuramente il massacro di Bronte da parte di garibaldini comandati da Nino Bixio, di Isernia dove furono mostrate le teste mozzate e racchiuse in una gabbia di 4 briganti, San Lupo, Casalduni e Pontelandolfo che furono quasi rasi al suolo dai bersaglieri.Una elaborazione critica di qeugli eventi è fiorita solo da una ventina di anni a questa parte: infatti una vera e propria rimozione della memoria storica ha condizionato pesantemente, insieme alle dinamiche economiche e politiche del nuovo stato italiano, il formarsi di un comune sentire nazionale, ed è stato altresì per lungo tempo fonte di incomprensioni e rancori tra le diverse anime del Paese.Tra le realizzazioni del regno, principalmente in ambito scientifico e tecnologico, vanno certamente ricordate, tra le altre, la prima nave a vapore nel Mediterraneo (1818) e, nel 1839, la prima linea ferroviaria italiana, tra Napoli e Portici.Tali opere sono regolarmente citate in quanto la novità delle stesse colpì i contemporanei. Ma, pur se meno appariscenti, non vanno tralasciati altri primati che, per loro natura, denotano il carattere non episodico dei buoni livelli raggiunti dalle industrie e manifatture meridionali. Si possono ricordare, fra gli altri, il primo ponte sospeso in ferro realizzato nell’Europa continentale (1832), la prima illuminazione a gas in Italia (1839), il primo osservatorio vulcanico del mondo, sul Vesuvio (1841).Non meno rilevante fu la fabbrica metalmeccanica di Pietrarsa (1840), espressione della politica di Ferdinando II che perseguiva l’affrancamento del Regno da forme di dipendenza, anche tecnologica, dall’estero. Alla fabbrica vera e propria si affiancava infatti una scuola per macchinisti ferroviari e navali, grazie alla quale il Regno poté sostituire, nel giro di pochi anni le maestranze inglesi utilizzate in precedenza.

 

A puro titolo di paragone, il piroscafo sardo Cagliari impiegato da Carlo Pisacane nella sfortunata avventura di Sapri del 1857 imbarcava personale inglese per le macchine (il che fornì a Cavour un appiglio per ottenere, grazie alle imposizioni britanniche, la restituzione del battello).È d’altro canto da considerare che, perduta l’indipendenza, entrarono in crisi proprio quei settori industriali che avevano visto il Regno primeggiare in Italia.Infatti, finché il nuovo Stato non avviò una politica di industrializzazione (1878), i principi liberisti allora in voga segnarono la fine delle piccole e non più “protette” imprese meridionali rispetto alla concorrenza britannica e francese, in una competizione che si svolgeva sostanzialmente sul mercato interno.Alla crisi contribuì inoltre l’incameramento delle casse del Banco delle Due Sicilie (443 milioni di Lire-oro, all’epoca corrispondenti ad oltre il 60% del patrimonio di tutti gli Stati italiani messi insieme) da parte di quelle esauste del Piemonte, indebolite drammaticamente anche dalla guerra di unificazione. Lo stesso istituto di credito fu poi scisso in Banco di Napoli e Banco di Sicilia.

Mi chiedo spesso cosa sarebbe successo alle nostre terre se l’unità d’Italia non fosse mai avvenuta. Forse oggi si starebbe meglio, o forse peggio. Non è certo mia intenzione rinvangare e rivalutare un passato che , per alcuni versi, fu ancora peggio di quello che si possa immaginare.Ma quando vedo il palazzo reale di Napoli, il palazzo Fuga a piazza Carlo III, la reggia di Caserta e tanti altre magnificenze che il passato Borbone ha regalato alla nostra terra, qualche dubbio mi viene spontaneo…Così come la vicenda del tesoro del banco di Napoli resta secondo me emblematica di quella che è stata la concezione della nostra terra da parte del resto del paese…una terra da depredare,da sfruttare e da condannare.Ma senza quei soldi l’industria del nord ( e senza tanti dei nostri concittadini emigrati al nord per lavorare) non sarebbe mai nata nè si sarebbe mai sviluppata. Sarebbe ora che ci venisse riconosciuta almeno la verità.Ma la storia, si sa,la fan sempre i vincitori…

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~ di Marcello su marzo 22, 2008.

Una Risposta to “Una storia dimenticata”

  1. Sono pienamente d’accordo con te.
    Mi sto convincendo sempre di piu’ che per noi meridionali non sia stata affatto positiva l’unita’ d’Italia, come cercano di farci credere. Siamo stati usati come una colonia, per vendere merci e da cui importare mano d’opera a buon mercato.
    A distanza di 150 anni, dobbiamo constatare che il sud si trova ancora in una situazione di subalternita’ non solo economica, ma anche culturale, come mai era accaduto nella storia fino al 1800.
    Oggi proprio sentivo che ogni anno dal sud emigrano al nord 150 mila persone, per lo piu’ laureate e diplomate. Pensiamo a cosa sarebbe la nostra regione senza la fuga delle energie migliori che hanno fatto e continuano a fare la fortuna delle industrie del nord.

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